pexels-photo-939702Tempo fa ho partecipato alla presentazione della ricerca INAPP sull’apprendimento formale, non formale e informale presso la scuola G.G. Belli, raccontando la mia esperienza con KidsUP! (impresa per gioco).

 

Mi sono trovata davanti a una settantina di ragazzi della seconda media, che grazie all’impegno della Professoressa Chiara Loasses avevano già avuto modo di fare esperienze di apprendimento non formale in un contesto formale (la scuola) attraverso il progetto delle “macchine inutili”. C’era grande eccitazione e un volume assordante; tuttavia, non si trattava di confusione anarchica, bensì dell’effervescenza irreprimibile di giovani menti coinvolte e partecipi. Un pubblico decisamente difficile ma anche molto stimolante.

Ho iniziato la mia presentazione ponendo loro due domande: cosa volete essere da grandi? Quale aggettivo utilizzeresti per qualificare il lavoro dei vostri sogni? Alla prima hanno risposto con spensierata ambizione: un’aula piena di futuri scrittori, medici, ingegneri, astronauti, astrofisici… Alla seconda domanda, invece, in molti, forse in troppi, hanno risposto “un posto fisso”.

Confesso, ci sono rimasta un po’ male, non me l’aspettavo. E mi sono chiesta come mai, a 12-13 anni, hanno già acquisito questo concetto da adulti. Ma noi, gli adulti, alla loro età volevamo salvare il mondo, sconfiggere le malattie e la povertà, viaggiare e conoscere “l’altro”. Cos’è successo? Non ci siamo riusciti e il nostro disincanto ci fa aggrappare a speranze vuote?

Guardiamo in faccia la realtà: il posto fisso non esiste più, negli ultimi dieci anni la categoria si è ridotta del 38%. Perché dunque limitare i sogni dei nostri figli a un (inesistente) posto fisso? Perché condannarli a credere che non possono cavarsela da soli, che non hanno le capacità per definire la propria vita?

Puntiamo invece alle aspirazioni naturali del bambino, quelle che lo portano a voler esplorare, a diventare scrittori, medici, astrofisici, come i ragazzi della Belli, appunto. Non parliamo più del posto fisso, parliamo invece della “golden zone”, e cioè quel punto magico in cui ciò che sappiamo fare si sposa con ciò che amiamo fare, in modo sostenibile. Parliamo pure di finanza, di risparmio e di prudenza. Parliamo di come si costruisce un percorso e di come si possono raggiungere degli obiettivi. Insegniamo loro a costruirsi le proprie certezze, fondate sui valori e sulle competenze, e non su un fortuito contratto a tempo indeterminato con cui “gabbare” il sistema.


Trovate lo stesso tema trattato dal punto di vista di un esperto del lavoro e delle risorse umane nel post “I creatori di lavoro” di Antonella Salvatore.


Photo by ajay bhargav GUDURU from Pexels https://www.pexels.com/photo/boy-wearing-green-crew-neck-shirt-jumping-from-black-stone-on-seashore-939702/

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