kilometrorosa

Nate pronte

Ricordo ancora la prima recita di mio figlio alla scuola materna. Era la classica recita in cui il risultato forse non giustifica gli sforzi degli insegnanti, ma che documentiamo alacremente per intenerirci qualche anno dopo guardando quelle foto un po’ sbilenche e quei video interminabili in cui succede poco. Tuttavia ciò che ricordo più nitidamente è il contrasto tra i maschietti, che si trovavano sul palcoscenico un po’ come turisti, guardandosi in giro, parlando tra di loro, distratti dal primo alito di vento, e le bambine, concentratissime sul proprio ruolo, e intente anche a suggerire le loro parti ai maschietti distratti.

Mi fece impressione, era la prima volta che sentivo così palpabilmente che le bambine avevano “una marcia in più”. Negli anni successivi ho continuato a notare che le bambine erano più organizzate, più concentrate, capaci di una maggior progettualità. E allora, come donna e non già come madre, mi chiedo: quand’è che la perdiamo, questa marcia in più?

Gli squilibri di genere in Italia

Certo, rispetto all’epoca dei nostri nonni le cose stanno cambiando, ma lo squilibrio di genere persiste in modo sconcertante. A fronte di una popolazione femminile di circa il 48% del totale, il numero di donne in posizione di leadership nell’amministrazione pubblica, nel mondo universitario e nel mondo aziendale è ancora molto al di sotto di questo livello:

  • Nel settore pubblico, le donne conquistano anche più del 50% dei posti messi a bando nei concorsi pubblici, ma poi non occupano le massime cariche; nella carriera diplomatica, per esempio, le donne in posizione di leadership sono meno del 20%, e contiamo con solamente due ambasciatrici.
  • Nel mondo universitario, di 78 rettori solamente 5 sono donne (meno del 10%), e i professori ordinari donne sono meno del 15%, a fronte di una base in cui le donne rappresentano il 58%.
  • Nel mondo aziendale, la situazione è migliorata negli ultimi anni ma manifesta ancora un forte arretrato. Sebbene le donne in posizione di leadership siano quasi il 35%, nei consigli d’amministrazione delle società più importanti questo valore si riduce al 4%.

E’ vero che nelle piccole e medie imprese, le donne alla guida sono circa il 23%, con una relativa crescita negli ultimi anni, ma comunque al di sotto della media europea del 34%; inoltre i dati statistici sembrano indicare che le aziende al femminile resistano meglio alla crisi di quelle al maschile. Tuttavia, queste conquiste sono tutte in salita.

Una corsa a ostacoli

Il “chilometro rosa” del titolo è un termine coniato da un gruppo di ricercatrici del Centro Studi Sintesi per indicare il maggior sforzo che deve fare una donna per ottenere gli stessi risultati della controparte maschile. Metaforicamente, è come se, per ogni chilometro della gara della vita, le donne dovessero fare 300 metri in più rispetto agli uomini. La loro ricerca “misura la distanza che separa donne e uomini dalla piena parità rispetto a quattro asset fondamentali: peso politico, occupazione, benessere economico e istruzione.”

I “300 metri in più” si manifestano in molti modi:

  • Tasso di occupazione femminile fermo al 46% contro il 70% dell’occupazione maschile;
  • Una retribuzione mensile netta inferiore di circa il 20% rispetto agli uomini, secondo dati ISTAT;
  • Una forte assimetria dei ruoli in famiglia, con quasi il 72% delle ore dedicate al lavoro familiare a carico delle donne (anche se diminuito rispetto all’81% della fine degli anni 80).

Ma è veramente un problema?

Sicuramente lo è per tutte le donne a cui viene impedito di raggiungere il loro massimo potenziale, o a cui è richiesto un sacrificio molto maggiore per raggiungerlo. E’ anche un problema morale ed etico, che deve essere necessariamente risolto se si vuole una società sana. Tuttavia, andando oltre il politically correct, possiamo anche vedere delle concrete ragioni economiche che a maggiore equità fanno corrispondere anche una società più ricca.

La ricerca internazionale, infatti, dimostra che esiste una forte correlazione tra la leadership femminile e molti dei fattori di successo aziendali – quali saper reclutare,  motivare e sviluppare le risorse umane, porre l’accento sulla soddisfazione del cliente, avere un alto grado di partecipazione nel lavoro di squadra, costruire rapporti a 360 gradi, e così via. Che sia una condizione naturale o dettata da fattori storici, le donne hanno sviluppato un grande senso per le cosiddette soft skill: la connessione emotiva, la capacità di entrare in empatia con gli altri, l’abilità nel raccontare e nel raccontarsi, la destrezza nel gestire svariati fronti, la facilità per il lavoro collaborativo senza gerarchie, la capacità di nutrire un progetto non solo con le idee ma anche con il cuore – tutti elementi identificati come fattori fondamentali del successo aziendale (e non solo), in particolare in ambito startup.

Tutto questo si vede anche nei numeri, dato che in media le aziende che hanno una maggiore partecipazione femminile ottengono anche dei profitti più alti.

Cambio culturale

Ne consegue che, anche lasciando da parte considerazioni morali, una società che si prodiga per offrire vere pari opportunità alla sua metà femminile riuscirà ad utilizzare al meglio il suo capitale umano, ottenendo maggiori vantaggi per tutti. Da un punto di vista aziendale, ciò significa sicuramente un maggior accesso ai capitali, ma anche un migliore accesso all’istruzione e alla formazione continua, in particolare per quanto riguarda le competenze digitali e STEM.

Tuttavia, prima ancora di affrontare discorsi di policy, occorre modificare la nostra mentalità e combattere i pregiudizi di chi ancora si aspetta che un maschietto da grande voglia fare l’ingegnere e che una femminuccia voglia fare… shopping! Concludo con un’esortazione a genitori ed educatori: combattiamo anche noi la disuguaglianza, iniziando da casa, offrendo ai nostri figli e alle nostre figlie tante, diverse opportunità di gioco e di studio, in modo che possano trovare il miglior percorso, senza sobbarcarsi di inutili stereotipi.


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