futuroQualche tempo fa ho parlato, a Padova, a un gruppo di studenti di liceo e i loro genitori. Ho chiesto loro di descrivere il lavoro dei loro sogni con un aggettivo. Un po’ spiazzati dalla domanda, ci hanno pensato un po’ su e hanno iniziato a rispondere: flessibile, creativo, interessante, appagante, professionalizzante, divertente, importante, emozionante…

My dream job is…

…flexible, rewarding, interesting, fulfilling, challenging

Nessuno ha menzionato sicurezza o compenso, ed è così che dovrebbe essere. Come genitori ed educatori, vogliamo che questi ragazzi aspirino a lavori che possano amare, che portino a una continua crescita professionale, e che possano creare valore per la società.

Fare i conti con la realtà

Tuttavia, il confronto con la realtà è a dir poco preoccupante. Da una parte, i giornali raccontano il mercato del lavoro italiano con numeri allarmanti:

  • Tasso di disoccupazione tra i giovani cresciuto dal 21% al 35% negli ultimi 10 anni
  • Oltre un milione di posti di lavoro scomparsi nell’industria, nella costruzione e nell’amministrazione pubblica
  • Precariato in forte aumento, contratti a termine per gli under 30 aumentati del 33% mentre i contratti a tempo indeterminato sono diminuiti del 38%
  • Aumento delle professioni a basso tasso di qualifiche, secondo solo a quello della Grecia, rendendo i nostri lavoratori più vulnerabili all’automazione

Dall’altra, una rapida ricerca su Google dimostra quanto il mondo d’oggi, lavorativamente parlando, sia diverso da quello delle generazioni precedenti. I lavori di oggi – operatore di droni, gestione della sostenibilità, specialista in cloud computing, esperto della generazione millennial – sono lavori che non esistevano dieci anni fa; il peggio è che, probabilmente, tra dieci anni molti di questi lavori si saranno nuovamente trasformati.

robot

Dobbiamo forse chiederci “perché”? Una risposta ovvia la conosciamo tutti: l’effetto dirompente delle nuove tecnologie, che portano all’automazione, alla digitalizzazione, e alla disintermediazione, e che hanno stravolto interi mercati.

                 I robot potrebbero sostituire 800 milioni di posti di lavoro per il 2030 (McKinsey Global Institute)

Quindi, come genitori ed educatori, la vera domanda non è “perché?”, e nemmeno “Quali saranno i lavori del 2030?”, bensì “Come possiamo preparare i giovani per un mondo in cui l’unica costante è il cambiamento?”

Le buone notizie

Nonostante il panorama cupo, ci sono anche buone notizie. La Ernst&Young Global Job Creation survey , che esamina i piani di assunzione di startup e di aziende tradizionali, ci offre uno spunto interessante sui creatori di nuovi lavori nel medio e nel lungo periodo. L’inchiesta trova evidenza inconfutabile del rapporto tra distruzione e crescita (Schumpeter vive!), e prevede che le organizzazioni più dirompenti e innovative saranno anche quelle che creeranno più posti di lavoro. Alcuni numeri illustrativi:

  • Il 72% dei dirigenti di imprese tradizionali crede che il numero dei loro dipendenti sarà uguale o minore in futuro, contro solo il 5% di coloro che rappresentano nuove imprese
  • Le nuove imprese hanno una probabilità doppia di assumere nei prossimi 12 mesi delle imprese tradizionali
  • Più di un terzo (35%) della crescita della forza lavorativa delle nuove imprese sarà in ambito internazionale (a confronto del 29% per le imprese tradizionali)

Questi dati vengono confermati anche dalla Kauffman Foundation, che riporta che le nuove imprese saranno responsabili per tutti i nuovi lavori (al netto dei lavori distrutti). Per Tim Kane, ricercatore della fondazione, le imprese tradizionali distruggono posti di lavoro al ritmo di un milione l’anno, mentre le nuove imprese creano mediamente tre milioni di posti di lavoro l’anno.

L’Europa, secondo un progetto dell’OCSE che studia 16 paesi europei, rispecchia la stessa situazione, in cui le imprese giovani sono sempre fonti di nuovi posti di lavoro anche durante le crisi economiche, mentre le imprese più vecchie causano la distruzione dei posti di lavoro.

Le cattive notizie

Se, nonostante i dati sulla disoccupazione, le aspettative sono che ci saranno nuovi posti di lavoro creati dalle nuove aziende, qual è il problema?

Paradossalmente, il problema è che le aziende in crescita non riescono a trovare lavoratori qualificati. Già nel 2010, un rapporto Eurostat indicava che per i nuovi imprenditori la difficoltà di trovare lavoratori qualificati è un problema tanto significativo quanto l’accesso ai capitali.

Un esempio per tutti è il settore della robotica, che con una crescita del 10-15% annua, richiede nuove competenze oltre che nuove conoscenze. I profili maggiormente richiesti comprendono conoscenze di programmazione, design, comunicazione, analisi dati e lingue – tanto difficili da trovare che alcune aziende come la Comau hanno deciso di creare le proprie accademie di formazione.

ponte.png

Purtroppo le università (di tutto il mondo) non riescono ad adeguarsi a un . mercato del lavoro in forte evoluzione. Ancora prevalentemente focalizzate sul trasferimento delle conoscenze, faticano a sviluppare competenze che renderanno i loro laureati più capaci mantenere rilevanza di fronte all’avanzamento dell’automazione e dell’intelligenza artificiale.

La nuova scuola

Si ripropone dunque la domanda: “Come possiamo preparare i giovani per un mondo in cui l’unica costante è il cambiamento?” Certo, si possono ripensare i programmi accademici, aggiungere nuovi corsi, rendere obbligatorie nuove conoscenze… ma chi ci garantisce che, magari dopo anni di valutazioni e revisioni, i nuovi contenuti siano ancora attuali?

L’educazione è una grossa sfida ora. Se non cambiamo il modo in cui insegniamo, ci troveremo in difficoltà tra 30 anni. Il modo in cui insegniamo, le cose che insegniamo ai nostri bambini, sono cose degli ultimi 200 anni, basate sulle conoscenze. E non possiamo insegnare ai nostri bambini a competere con le macchine – loro (le macchine) sono più intelligenti. (traduzione dal discorso di Jack Ma, fondatore di Alibaba, al World Economic Forum 2018)

All’ultimo World Economic Forum, Jack Ma, fondatore di Alibaba, portava l’accento sulla sfida dell’educazione, avvertendo che un sistema educativo pensato per la rivoluzione industriale del diciannovesimo secolo non è più adatto per la rivoluzione 4.0 del ventunesimo secolo.  Le macchine possono apprendere più cose in poche ore di quante ne possa imparare un uomo in una vita. Diventa allora fondamentale insegnare valori, competenze, pensiero critico e indipendente, empatia, capacità di lavorare con gli altri… e capacità di continuare ad apprendere, per tutta la vita.

Questo, dunque, a mio avviso, il compito fondamentale della “nuova scuola”: trovare il modo di preparare i giovani a comunicare, a collaborare, a voler costruire, a imparare ad imparare; i contenuti cambieranno nel tempo, ma il sistema di competenze acquisite durerà per tutta la vita.

 

 


Approfondimenti

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...