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Proibito crescere

Durante tutta la quinta elementare ho lavorato con mio figlio Daniele sull’indipendenza. Lui, pronto e desideroso di libertà; io un po’ meno pronta, ma non potevo ignorare le sue richieste. E così, tappa dopo tappa, abbiamo la sua consapevolezza: il primo isolato da solo, il primo attraversamento con semaforo, il primo attraversamento sulle strisce, e infine… tutto il tragitto! E poi anche le escursioni dal cartolaio, dal giornalaio, al supermercato, gestendo anche i primi soldi. Certo, lui non sa dei miei appostamenti, nascosta dietro alle macchine o agli alberi, con il fiato sospeso, tesa ad anticipare pericoli nascosti. Per me momenti d’ansia, per lui un dispiego d’ali, conquistato palmo a palmo.

E invece no. Il ministro Fedeli dice che sbaglio, che sto venendo meno alla mia responsabilità, che sono ripetutamente colpevole del reato di abbandono di minore, e passibile di reclusione dai 6 mesi ai 5 anni. Anche se chiamassi a raccolta tutti i pedagogisti, da Aristotele alla Montessori, per la legge italiana l’unico aiuto mi potrà venire… dai nonni! La “circolare che dice no all’uscita dei ragazzi“, come l’ha chiamata Claudia Voltattorni del Corriere della Sera, ha suscitato forti reazioni tra genitori, docenti e pedagogisti, sia per le reali difficoltà che un’imposizione letterale della legge creerebbe a migliaia di genitori, sia per la totale assenza di considerazioni pedagogiche in merito.

A parte il fatto lapalissiano che i nonni non possono essere la soluzione strutturale del problema – non tutti hanno nonni a disposizione, né tutti i nonni sono in grado di svolgere il compito di accompagnatore di nipoti – esiste anche un problema pedagogico fondamentale: proprio nell’età in cui i bambini diventano ragazzi e dovrebbero stabilire il rapporto tra se stessi e la società, la Corte di Cassazione e il Ministero dell’Istruzione li proclamano incompetenti e bisognosi di tutela, uniformemente, senza alcuna considerazione per il contesto culturale, ambientale e familiare.

La circolare sotto accusa sembra il prodotto di un retaggio di convenzioni fuori tempo, scavando in un passato quasi archeologico che non contempla i profondi cambiamenti degli ultimi decenni e che ci lascia come fanalino di coda rispetto al resto d’Europa. Eppure, già nel tardo ‘800 filosofi e pedagogisti mettono a fuoco l’importanza dell’autonomia, particolarmente nell’adolescenza, età il cui inizio veniva variamente posto tra gli 11 e i 14 anni (e oggigiorno, semmai, quest’età viene anticipata).

download (1)Per Maria Montessori (1870-1952), medico, educatrice e filosofa nota internazionalmente per il metodo educativo Montessori, l’adolescenza è un’età difficile, che presenta un quadro critico dal punto di vista fisico e psicologico, ma aggiunge anche che questo quadro “è controbilanciato da una caratteristica estremamente positiva per l’educatore: un fortissimo desiderio di esplorare, di conoscere se stesso ed il mondo che lo circonda“. Il ruolo dell’adulto è quello di aiutarlo ad “adolescere”, non quello di proteggerlo a oltranza da ciò che invece deve imparare a gestire.

 

“Aiutiamoli a fare da soli”.  (Maria Montessori)

piagetPer Jean Piaget (1896-1980), pedagogista, scienziato e filosofo svizzero noto per i suoi studi sullo sviluppo conoscitivo, nell’adolescenza si perfeziona la formazione della personalità, quando il ragazzo è in grado di organizzare autonomamente regole e valori, e inizia la costruzione di un programma di vita che comprende l’adesione a una dimensione sociale. E’ dunque parte fondamentale dello sviluppo dell’adolescente imparare a gestire il mondo esterno, anche nella sua fisicità fatta di strade da attraversare e semafori da rispettare.

steinerAnche Rudolf Steiner (1861-1925), filosofo austriaco noto per la pedagogia Waldorf, parla della necessità di spostarsi verso una supervisione ridotta per dare spazio all’adolescente di affermare la propria autonomia, pur riconoscendo la sua fragilità.

Insomma, anche esaminando posizioni radicalmente diverse da un punto di vista filosofico, ritroviamo lo stesso filo conduttore: una spinta innata tesa verso la libertà, che pur comportando pericoli va riconosciuta e assistita.

“Vi è un momento in cui l’arte dell’educazione deve farsi piú discreta, piú sottile; è il momento in cui il ragazzo non può essere piú condotto per mano, anche se non ha ancora raggiunto la sua autonomia e per molti versi è ingenuo e indifeso.” (Rudolf Steiner)

Si potrebbe anche affermare che lo sviluppo dell’autonomia nei ragazzi non è solamente una scelta genitoriale, ma una scelta civica che coinvolge tutti noi, che abbiamo figli o no, in quanto essa determina il futuro della nostra società. Già nell’antichità Aristotele considerava che il ruolo dell’educazione è quello di formare buoni cittadini autosufficienti in grado di scegliersi i governanti. In altre parole, l’educazione dell’uomo coincide con la formazione civica del cittadino.

Allora chiederei al Ministro Fedeli, che tipo di società stiamo costruendo, che tipo di cittadino stiamo formando, se fino ai 14 anni dobbiamo accompagnare i nostri figli a scuola, e sempre a 14 anni essi possono, per legge, ottenere la patente AM e mettersi alla guida di un “bolide” che può arrivare ai 45km/h? Come e quando acquisiranno il senso di sé e della società che li circonda, il senso del traffico e delle regole? Dobbiamo forse tremare davanti alla prospettiva di ragazzi considerati incapaci di attraversare la strada se non per mano di un adulto, messi comunque dietro a un volante?

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