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Giochiamo a… fare impresa!

Deanna Lee, Contributor

Communications, Public Engagement, and Digital Strategist

 

Sono felice di riferire che nel centro di Roma, lo spirito festivo e lo spirito d’iniziativa sono più che mai vivi nel cuore di un intraprendente gruppo di ragazzi che si sono dati il nome di “‘The Crazy Bears’… perché siamo un po’ pazzi!”, come dice Tobia. Sono anche intelligenti, scaltri e imprenditori di successo. E hanno 10 anni.

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Daniele, Edoardo, Federico, Michele, Tiziano e Tobia sono giovani startupper in KidsUP! Sotto la tutela di Silvia Pulino, Director dell’Institute for Entrepreneurship della John Cabot University, e docente di economia aziendale, hanno creato la loro azienda, partendo da un’idea e sviluppandone il design, la produzione, il marketing e la commercializzazione. L’anno scorso con i loro prodotti natalizi hanno raggiunto un ritorno sull’investimento di ben 300%.

Quest’anno, forti dell’esperienza pregressa, i Crazy Bears hanno navigato con passo sicuro le sfide della proposta valoriale e la catena del valore, producendo ornamenti creati con materiali riciclati – dando nuova vita a nastri, conchiglie e pigne che avevano messo da parte. “Sapere che questi materiali sono riciclati aggiunge valore per gli adulti,” mi confidano.

Il costo degli ornamenti, cinque euro a pezzo, è stato scelto con molta cura. “La gente potrebbe vedere il nostro prodotto, fatto a mano e con un bel packaging, e dire ‘Wow!'” dice Edoardo, “ma abbiamo deciso che a sei euro costerebbero troppo e i genitori ne comprerebbero di meno.

 

“Una “brillante intuizione,” commenta la professoressa Pulino, “che mi consente di parlare loro del concetto economico di curva della domanda, cioè del rapporto tra la quantità richiesta di un dato bene e il suo prezzo. Spiegato in termini semplici, naturalmente, ma è incredibile con quanta facilità assorbano un concetto che molti ventenni fanno fatica ad assimilare.”

 

La cosa più notevole dei Crazy Bears è come riescano a intrecciare l’imprenditoria con il gioco, senza soluzione di continuità; in effetti, il loro slogan è “impresa per gioco”. Mi chiedo in quale misura questa capacità, così difficile da raggiungere per gli adulti, sia determinante per il loro successo. Durante le sessioni di produzione e packaging, per esempio, hanno cantato “L’Amico è”. L’amicizia, spiega Daniele, è importante “perché se si lavora bene insieme, si ottengono migliori risultati.”
(Clicca qui per vedere il video su Youtube)
Si parla molto anche di valori, che comprendono il saper ascoltare, il rispetto, l’umiltà, la collaborazione e la perseveranza. “I profitti ve li dovete guadagnare,” ricorda loro la professoressa Pulino. (Troverete più dettagli sui principi che lei insegna sia ai bambini sia ai genitori, come ad esempio l’importanza del “fallimento produttivo”, sul blog di KidsUP!)
Come parte della loro ricerca, che comprendeva anche ottenere idee visive da Pinterest, ai ragazzi è stato affidato il compito di trovare i migliori fornitori per i materiali non riciclati. Per abbassare i costi di produzione, hanno chiesto (e ottenuto) degli sconti sulle buste color manila utilizzate per la confezione regalo.

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L’ultimo tocco è un foglietto informativo sull’azienda dei Crazy Bears, e su come hanno messo in campo “spirito di iniziativa, lavoro di squadra, pazienza e perseveranza.” Oh, e anche il logo, disegnato da loro stessi, naturalmente – “‘importantissimo’ affinché le persone conoscano noi e la nostra storia!”

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Quest’anno i Crazy Bears sono pronti per il loro momento magico, essendosi già assicurati molti ordini d’acquisto. Però stanno già guardando avanti. Prima di KidsUP! sognavano di diventare… architetto… artista… calciatore… politico e musicista. Ora, tutti senza eccezioni vogliono diventare startuppers. Anche se, dice Edoardo, rimane sempre aperta la possibilità di diventare un famoso chitarrista.

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Scommettere sui bambini

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Bambini veri, con vere idee, e tanta voglia di giocare

A che età si può fare impresa? Ho fatto questa domanda a un gruppo di genitori a un Open Day della John Cabot University, chi ha risposto 30 anni, chi 25, con un po’ di incoraggiamento i numeri scendevano, fino ad arrivare a un azzardato 15 anni. A quel punto ho fatto vedere loro un brevissimo video di 9 bambini, tutti intorno ai 10 anni, che per un paio di mesi si sono cimentati a creare The Crazy Bears, la loro azienda temporanea, producendo prodotti natalizi da vendere ai loro genitori, parenti e amici. Investendo €5, hanno realizzato profitti per €20-25… e hanno imparato l’ABC del fare impresa, divertendosi moltissimo.

Questa è stata la mia scommessa l’anno scorso: i bambini hanno una capacità creativa illimitata, sono delle spugne che imparano tutto senza ancora porsi dei limiti; e allora perché non provare a dare loro una cultura imprenditoriale? Ciò non significa farne dei piccoli capitalisti in erba, bensì proteggere e sviluppare le loro naturali doti, per farne degli adulti creativi che sapranno sognare ma anche realizzare i loro progetti.

A distanza di un anno, avendo dimenticato lo sfinimento di dover tenere a bada l’entusiasmo dei giovani rampolli, voglio rilanciare, proponendo la versione 2.0 del programma, e invitando tutti voi a condividere idee su come preparare le future generazioni per un mondo che gira sempre più velocemente e che ha sempre più bisogno di allineare mente e cuore.

 

Merry Christmas!

IMG_20171223_211347I have been blessed in friends. I have all kinds – the ones that you can laugh with, those you make plans with, those who never write but are always there when you need them… And then there are those who enter into your life bearing gifts. Such is the case of Deanna Lee, whom I met literally one week ago, freshly arrived to Rome as a visiting artist at the American Academy, and as a new colleague at John Cabot University. Over coffee, I happened to mention that in the evening we would have the final production session for KidsUP! intrigued, she came and she observed, with eyes, mind and heart, and then gave me the gift of her words, which masterfully captured the spirit of our little venture.

Here is the story of my young entrepreneurs, as told by my new friend Deanna in the Huffington Post. I trust you will enjoy it as much as I did.

With the help of other wonderful friends, KidsUP is planning to grow in the New Year; feel free to write or comment with any suggestions you may have, and please do share.

Wishing you all Merry Christmas and a very Happy New Year,

Silvia

KidsUP! 2017 Diario di bordo: primo incontro

Quest’anno KidsUP! propone la versione 2.0, ovvero cosa succede quando il gruppo ha già fatto una prima esperienza. Così, Dani, Edo, Fede, Michi, Titti e Tobi si accingono a rifare The Crazy Bears, l’azienda temporanea che l’hanno scorso ha fruttato loro un rendimento del 300% sul capitale investito.

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The Crazy Bears sono pronti a ripetere la sfida

Il primo obiettivo era quello di verificare quanto ricordassero ancora della prima esperienza, definire il progetto, assegnare i ruoli, e cercare di alzare l’asticella, dando più spazio all’autonomia.

Rivediamo i concetti chiave

 

All’inizio dell’incontro abbiamo cantato L’amico è, la stessa canzone motivazionale utilizzata l’anno scorso. Ho chiesto loro: “Ma secondo voi perché cantiamo questa canzone?” La risposta è arrivata da Fede, senza esitazioni:

“Perché parla dell’amicizia, e l’amicizia è importante quando si vuole fare un progetto.”

Cogliendo la palla al balzo, abbiamo parlato dei nostri valori, mi ha fatto piacere vedere che li ricordavano tutti:

  • Ascolto
  • Rispetto
  • Umiltà
  • Collaborazione
  • Amicizia

In realtà l’ascolto e il rispetto sono aumentati notevolmente, si vede in atto il passaggio dall’infanzia alla pre-adolescenza!

Abbiamo rivisto anche qualche definizione. Ciò che ricordavano meglio erano le definizioni di “profitto” e “dividendi”! Però sono riusciti anche a dare delle buone definizioni di “azienda”, “statuto”, “prototipo” e “verbale”. Con l’aiuto dei grafici disegnati durante la prima edizione, abbiamo anche rispolverato il significato di “catena del valore” e “proposta valoriale”.

Definiamo il progetto

Quest’anno abbiamo deciso che produrremo decorazioni per l’albero di Natale, in modo da dare libero sfogo alla creatività. Vogliamo anche valorizzare il riciclo, e cercheremo di far prendere nuova vita a oggetti che sono in stati messi da parte ma sono intrinsecamente belli, come conchiglie, campanelli, e altre decorazioni. Avendo avuto successo con il logo, il nome e la proposta valoriale, abbiamo deciso di mantenerli invariati e di concentrarci su altri aspetti della catena del valore, quali il design, la produzione, il marketing e gli aspetti economico-finanziari.

Parliamo del prezzo

Per il prezzo decidiamo di attestarci a €5,00 per pallina. Michi, forse entusiasmato dalla prospettiva dei futuri guadagni, chiede: “Ma perché non facciamo €7,00?”

Titti risponde: “Poi costano troppo e i genitori ne comprano di meno!”

spostamenti_curva_domanda_offerta_1Intuizione geniale, che mi consente di parlare loro del concetto economico della curva della domanda, e cioè la relazione esistente fra la quantità richiesta di un dato bene ed il suo prezzo. Spiegato in termini semplici, ovviamente, ma comunque mi sembra incredibile la facilità con cui assorbono un concetto che molti ventenni faticano ad assimilare.

Abbiamo anche parlato di prezzo minimo (non inferiore ai costi) e di prezzo di riferimento (quello che i genitori pensano sia ragionevole pagare).

Identifichiamo i costi di produzione

Per creare le nostre decorazioni natalizie avremo bisogno, oltre che del materiale decorativo, anche di palle di plastica apribili, le bustine, un foglietto con la storia dei Crazy Bears, il blocchetto di ricevute, e altro ancora. A ciascuno dei bambini viene assegnato il compito di cercare i migliori fornitori, chiedendo prezzi e valutando la possibilità di uno sconto nel caso di un acquisto importante. Da questa discussione è emerso il seguente dialogo:

Fede: “Io chiedo il prezzo delle fotocopie a colori alla cartoleria sotto casa e ad Alessio (la cartoleria di fronte alla scuola).”

Titti: “Alessio no, è carissimo! Da quando ha chiuso l’altra cartoleria ha alzato i prezzi.”

In due frasi, inconsapevolmente, i ragazzi hanno tracciato i confini dell’importanza della libera concorrenza e il rapporto tra concorrenza e prezzi!

Conclusione

In sintesi, facendo impresa per gioco, senza nemmeno fare uno sforzo, oltre a rafforzare i concetti già appresi nella prima edizione, in meno di un’ora abbiamo gettato le basi di altre importanti nozioni di economia aziendale:

  • La curva della domanda
  • La politica dei prezzi
  • Il rapporto tra concorrenza e prezzi
  • Costi di produzione

 


Compiti per casa

  • Scrivere un resoconto dell’incontro di oggi (tutti)
  • Raccogliere prezzi per le bustine chiedendo ai negozi di zona
  • Raccogliere prezzi per fare fotocopie a colori
  • Trovare (in casa) e portare piccoli oggetti da poter utilizzare per la decorazione degli ornamenti
  • Condividere le immagini dei tesori trovati utilizzando il gruppo KidsUP! su whatsapp

 

 

 

 

Rethinking Failure (Ripensare il fallimento)

Try, Fail, Get up and Try Again

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Do you remember that moment when your parents said “Now you will learn to walk. These are the rules: stand up, move your right foot forward, shift the weight,  and move the left foot in front of the right foot. Repeat”?

No? Of course not, and not because you were too little to remember, but because it never happened. Learning to walk, to speak, to draw, are basic human activities built on attempt upon attempt. The mantra is “try-fail-get-up-and-try-again”, until that magic moment when everything comes together, balance is found and the child… walks!

No one tells a child she is a failure if she falls while trying to walk. It is a recognized part of the process. Every time that child falls, the brain makes new synapses, until it gets the complete picture and can reach the objective. We do not learn despite failure, we learn from failure. Each error contains valuable information that accumulates until we get access to a higher level.

If we stop to think about it, we all know this. For every child that walks, how many falls? For every goal scored, how many failed shots? For one working lightbulb, how many failed experiments?

Yet, as we grow and become integrated in society, we seem to forget those early lessons. We begin to see failure not simply as not having achieved an objective, but as a permanent condition that contains a heavy moral judgement. “I have failed” becomes “I am a failure”, a stigma that cannot be erased, a cross for life, something to be ashamed of, to hide away from hostile eyes, while we live in fear that someone will find out and expose us.

Thus, a vicious circle is started, where the fear of failure becomes performance anxiety, which in turn severely affects our ability to think and act lucidly under stress. Psychological studies establish a strong relationship between fear of failure and procrastination, which in turn undermines our ability to achieve our goals. Fear of failure is crippling. It generates unbearable pressure, creating a paralysis that stops human investigation; in its most acute form, it finds outlets in food disturbances, panic attacks, and so on, as any university counsellor knows only too well.

We live in a society that promotes success, in all spheres, and constantly bombards us with models that are impossible to match. “Get good grades!”, “Be thin!”, “Be cool!”, “Be rich!”. This is compounded by the message that all of this, and more, can be accomplished without effort. Every blogger knows that in order to attract readers they have to use catchy titles like: “3 Easy Tricks to Ace Exams”, “Lose 10 Pounds in 1 Week”, “7 Ways To Achieve Health”, “8 Secrets of Success”; these and hundreds of similar headlines shout at us from blogs, Facebook posts, and email messages, luring us into believing that success is the sole objective of life, that the secret to achieve it is available to all, and that it can be reached without effort. Success is presented as a standardised good, and anyone who hasn’t got it, is a loser.

“I failed to reach an objective” becomes “I am a failure”

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This has become a real problem at university, where even without the anxiety attacks, fear of failure creates a strong incentive to stay within a safe zone, not to run risks, not to try anything new. At best, it pushes students to seek guidance instead of pursuing exploration. For every assignment, they want detailed guidelines; they want to know how to structure the paper, what information to include, which bibliography to consult. They want to get it just right. They will probably turn in a perfectly acceptable paper that will be hard to criticise, but reading it will be like drinking flat cola: it will be sweet, it will have the right color, but it will have no fizz. Similarly, a paper that follows the rules too closely runs the risk of having no originality and of being a beautiful exercise in futility.

As a New York Times article recounts, universities are tackling the issue by creating programs to help high achievers cope with basic setbacks.  One such project, undertaken by Smith College, an independent women’s liberal arts college in Massachusetts, involved projecting high-performing students’ worst failures on a giant screen. The impact was striking, and the message clear:  failure “is not a bug in learning, it is a feature”. Other familiar – Harvard, Princeton, and University of Pennsylvania, just to mention a few -names are joining in and devising their own strategies.

These are great initiatives, but it is a sad state of affairs when universities have to take on the role of psychologists instead of focusing on instruction!

The “Privilege of Failure”

Our children are caught between the twin evils: on the one hand, high pressure to achieve some sort of extrinsic definition of “success”, and on the other hand the fear of not achieving it. Caught between the two, they have lost what I call the “privilege of failure”.

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Being comfortable with the knowledge of one’s own imperfection is essential to build resilience, which in turn is essential to overcome a setback and improve performance. Once failure is stripped of the terror of social stigma, of the crushing feeling of permanence, it becomes a valuable vehicle for information. In an academic setting, failure can say “you have not studied enough”, or “you have not studied in the right way”; being able to listen to that message, however unpleasant, is the first step towards improvement: we recognise the problem, and we work harder. A time may come when we are confronted with an obstacle that is unsurmountable, even after having put in the maximum effort, to the best of our ability; at that point, we will have to concede that that is how far we are going to travel down that road. That is part of living, it means recognising that that is who we are, and there is great value in it: it opens up new paths!

The Privilege of Failure in Research

The same ideas play out in the world of research. Every discovery starts with a “what if” question. What if we could use electricity to light our lamps? What if we could carry our phones with us at all times? What if we could travel to the moon? But if we are paralysed by fear of failure, if we expect to have all the right answers lined up without any risk, we are never going to embark upon a “What if” journey. If we were all uncomfortable with failure, we would not have research. If as a nation we lose our collective capacity to imagine and to explore, we are doomed. Not trying is the ultimate failure!

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In fact, I would like to borrow from science the term of Productive Failure. Manu Kapur, Professor and Chair of Learning Sciences and Higher Education at ETH Zurich, Switzerland, has researched this topic in depth. He maintains that a learning process that incorporates failure results in a much greater ability to solve complex problems. In his paper Designing for Productive Failure , he proposes a two-phase learning process where the first phase is based on discovery learning, unstructured and explorative, while the second phase consists of direct instruction, where knowledge is consolidated and assembled. Through multiple experiments, he shows that even though direct instruction leads to success sooner than discovery learning, students who are exposed to the latter produce superior performance in subsequent stages.

In essence, his position is that easy, linear success is unproductive in terms of the learning outcome, while failure contains information that can lead to stronger problem-solving skills.

Failure and Entrepreneurship

H.R. Macy, Henry Ford, Thomas Edison, Abraham Lincoln, Richard Branson, Steve Jobs, the list goes on… what do they have in common, other than success? They have failed, not once but multiple times. They also have recognised that in each of those failures there was valuable information about how to do things better. They have not sought failure, who does, but they have accepted it and learned from it, without allowing it to crush their spirit.

In a world filled with new challenges, including faster development cycles, exponential technologies, the dark side of globalisation, and the moral challenges of artificial intelligence, we need new skills. Eric Ries, author of The Lean Startup, an approach to creating new ventures that underpins the endeavors of a whole generation of entrepreneurs, does not use the term “productive failure”, but his concept is not dissimilar.

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Lean startup is a methodology for developing businesses and products, which aims to shorten product development cycles by adopting a combination of business-hypothesis-driven experimentation, iterative product releases, and validated learning.

This essentially says that if you are going to fail, you had better do it quickly, at the lowest cost possible, with the most gain possible. The most important message, though, is that failure is part of the process, it carries no stigma, and no value judgement. It simply provides information that is then incorporated in the development process. In fact, in this model, failure becomes feedback, and suddenly it is no longer a bad word, it is a precious part of the process.

Does this mean that all entrepreneurial ventures are successful? Of course not! Wired magazine has recently published an article about 20 clamorous failures, including the flying car, pens created for women,  Microsoft’s annoying Clippy, or even Google Glass. Many useless inventions that seem to go nowhere. However, without these collective failures, we probably would not have the driverless car, nor would we be thinking of space travel. In his article “Struggling with Uncertainty and Embracing Failure”,Eric Ries drives the point home simply and effectively:

In these circumstances, we have to assume that some projects won’t survive. And that’s okay.

This is the main difference between an established company and a startup. An established company has a clear set of activities that lead to the production of goods and services and to serving customers. A startup’s most immediate goal is to learn how to build a sustainable business. A startup turns ideas into products, then measures how customers respond, and learns whether to persevere or to change direction completely. No successful business looks like the first version of itself!

This is what I love about entrepreneurship in a wider sense: it requires wonderful qualities such as imagination, vision, creativity, determination and resilience, that become anchored in reality by a scientific process. Contrary to common opinion, entrepreneurs are not risk takers, in fact they will do everything in their power to minimise risk, but they are not afraid of exploring, nor are they afraid of failure. In fact, they do not call it failure, they call it feedback.

Conclusion

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To conclude, when failure is experienced a permanent condition it is highly destructive and goes against everything that is noble in human nature. It works against us in school, in research, in business and in our personal lives. Today I challenge you to change your perception of the word, to cut it back to size, and to see the great learning potential that it hides within.

If we are engaged in anything meaningful, failure, like death and taxes, is guaranteed; any successful athlete, musician, scientist or business person will confirm it. What matters is what we do with it. Let’s not rob our children of the privilege of failure. Let’s teach them instead to confront it, to learn from it, and to aspire to greater heights. In this way they will look at failure as a learning tool; they will also better understand the failures of others, and be more willing to help out where they can.

Let’s unleash the power of failure!


If you liked this, you may be interested in Forget Failures,  a Marketing project done by John Cabot University students to increase students’ awareness about the importance of learning from failure.

Io, colpevole (e recidiva) di abbandono di minore

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Proibito crescere

Durante tutta la quinta elementare ho lavorato con mio figlio Daniele sull’indipendenza. Lui, pronto e desideroso di libertà; io un po’ meno pronta, ma non potevo ignorare le sue richieste. E così, tappa dopo tappa, abbiamo la sua consapevolezza: il primo isolato da solo, il primo attraversamento con semaforo, il primo attraversamento sulle strisce, e infine… tutto il tragitto! E poi anche le escursioni dal cartolaio, dal giornalaio, al supermercato, gestendo anche i primi soldi. Certo, lui non sa dei miei appostamenti, nascosta dietro alle macchine o agli alberi, con il fiato sospeso, tesa ad anticipare pericoli nascosti. Per me momenti d’ansia, per lui un dispiego d’ali, conquistato palmo a palmo.

E invece no. Il ministro Fedeli dice che sbaglio, che sto venendo meno alla mia responsabilità, che sono ripetutamente colpevole del reato di abbandono di minore, e passibile di reclusione dai 6 mesi ai 5 anni. Anche se chiamassi a raccolta tutti i pedagogisti, da Aristotele alla Montessori, per la legge italiana l’unico aiuto mi potrà venire… dai nonni! La “circolare che dice no all’uscita dei ragazzi“, come l’ha chiamata Claudia Voltattorni del Corriere della Sera, ha suscitato forti reazioni tra genitori, docenti e pedagogisti, sia per le reali difficoltà che un’imposizione letterale della legge creerebbe a migliaia di genitori, sia per la totale assenza di considerazioni pedagogiche in merito.

A parte il fatto lapalissiano che i nonni non possono essere la soluzione strutturale del problema – non tutti hanno nonni a disposizione, né tutti i nonni sono in grado di svolgere il compito di accompagnatore di nipoti – esiste anche un problema pedagogico fondamentale: proprio nell’età in cui i bambini diventano ragazzi e dovrebbero stabilire il rapporto tra se stessi e la società, la Corte di Cassazione e il Ministero dell’Istruzione li proclamano incompetenti e bisognosi di tutela, uniformemente, senza alcuna considerazione per il contesto culturale, ambientale e familiare.

La circolare sotto accusa sembra il prodotto di un retaggio di convenzioni fuori tempo, scavando in un passato quasi archeologico che non contempla i profondi cambiamenti degli ultimi decenni e che ci lascia come fanalino di coda rispetto al resto d’Europa. Eppure, già nel tardo ‘800 filosofi e pedagogisti mettono a fuoco l’importanza dell’autonomia, particolarmente nell’adolescenza, età il cui inizio veniva variamente posto tra gli 11 e i 14 anni (e oggigiorno, semmai, quest’età viene anticipata).

download (1)Per Maria Montessori (1870-1952), medico, educatrice e filosofa nota internazionalmente per il metodo educativo Montessori, l’adolescenza è un’età difficile, che presenta un quadro critico dal punto di vista fisico e psicologico, ma aggiunge anche che questo quadro “è controbilanciato da una caratteristica estremamente positiva per l’educatore: un fortissimo desiderio di esplorare, di conoscere se stesso ed il mondo che lo circonda“. Il ruolo dell’adulto è quello di aiutarlo ad “adolescere”, non quello di proteggerlo a oltranza da ciò che invece deve imparare a gestire.

 

“Aiutiamoli a fare da soli”.  (Maria Montessori)

piagetPer Jean Piaget (1896-1980), pedagogista, scienziato e filosofo svizzero noto per i suoi studi sullo sviluppo conoscitivo, nell’adolescenza si perfeziona la formazione della personalità, quando il ragazzo è in grado di organizzare autonomamente regole e valori, e inizia la costruzione di un programma di vita che comprende l’adesione a una dimensione sociale. E’ dunque parte fondamentale dello sviluppo dell’adolescente imparare a gestire il mondo esterno, anche nella sua fisicità fatta di strade da attraversare e semafori da rispettare.

steinerAnche Rudolf Steiner (1861-1925), filosofo austriaco noto per la pedagogia Waldorf, parla della necessità di spostarsi verso una supervisione ridotta per dare spazio all’adolescente di affermare la propria autonomia, pur riconoscendo la sua fragilità.

Insomma, anche esaminando posizioni radicalmente diverse da un punto di vista filosofico, ritroviamo lo stesso filo conduttore: una spinta innata tesa verso la libertà, che pur comportando pericoli va riconosciuta e assistita.

“Vi è un momento in cui l’arte dell’educazione deve farsi piú discreta, piú sottile; è il momento in cui il ragazzo non può essere piú condotto per mano, anche se non ha ancora raggiunto la sua autonomia e per molti versi è ingenuo e indifeso.” (Rudolf Steiner)

Si potrebbe anche affermare che lo sviluppo dell’autonomia nei ragazzi non è solamente una scelta genitoriale, ma una scelta civica che coinvolge tutti noi, che abbiamo figli o no, in quanto essa determina il futuro della nostra società. Già nell’antichità Aristotele considerava che il ruolo dell’educazione è quello di formare buoni cittadini autosufficienti in grado di scegliersi i governanti. In altre parole, l’educazione dell’uomo coincide con la formazione civica del cittadino.

Allora chiederei al Ministro Fedeli, che tipo di società stiamo costruendo, che tipo di cittadino stiamo formando, se fino ai 14 anni dobbiamo accompagnare i nostri figli a scuola, e sempre a 14 anni essi possono, per legge, ottenere la patente AM e mettersi alla guida di un “bolide” che può arrivare ai 45km/h? Come e quando acquisiranno il senso di sé e della società che li circonda, il senso del traffico e delle regole? Dobbiamo forse tremare davanti alla prospettiva di ragazzi considerati incapaci di attraversare la strada se non per mano di un adulto, messi comunque dietro a un volante?

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Letture di complemento

 

3 qualità imprenditoriali che possiamo imparare dai bambini

airplineBrando R., bambino italiano, sa che da grande farà l’ingegnere. Passa ore e ore a disegnare progetti, e a fare ricerca su Internet per capire le forze fisiche che governano il volo. A 10 anni parla di portanza e di curvatura dell’ala con grande disinvoltura, e si adopera per tradurre in linee e ombreggiature la sua comprensione dell’argomento. I suoi disegni, per quanto possano apparire infantili, sono già progetti di vita.

John Langford, un vero ingegnere, americano, ha creato Aurora Flight Sciences, un’azienda aeronautica specializzata in velivoli senza equipaggio, da poco venduta alla Boeing.

Tra Brando e John, separati da un intero oceano e da almeno 40 anni di esperienza – ma sono poi così diversi? Tutti gli imprenditori che conosco hanno mantenuto vive una o più caratteristiche della loro infanzia – quali la creatività, l’immaginazione, il talento per le trattative alla turca, e così via. Di seguito tre di queste caratteristiche che considero particolarmente significative.

1. Il fallimento? non esiste!

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Daniele S., 4 anni, personificazione del moto perpetuo. Eppure con una scatola di lego, o un blocco di carta e una manciata di colori, si intrattiene per ore. Si scatena la creatività, e a ruota la progettualità. Quello che per un genitore è un caos di forme e colori, per il piccolo è già un palcoscenico, una torre futuristica, una storia articolata. Il suo compito è realizzarlo, e proverà una, dieci, cento volte fino a riuscirci. Ci sarà frustrazione, forse anche rabbia, qualche pezzo volerà per aria, ma un bambino non dirà mai “ho fallito”; da ogni iterazione trarrà un insegnamento, da ogni foglio strappato la forza di continuare. E alla fine ci presenterà, con orgoglio, un costrutto che noi poveri adulti depauperati di immaginazione non sappiamo riconoscere, ma che per lui è assolutamente perfetto.

2. Non riconoscono confini tra immaginazione e realtà

Luce G. (5), è una bambina curiosa, da ogni suo perché nasce un interrogativo degno di un ricercatore scientifico. Un giorno di pioggia attende in braccio al padre l’arrivo di un taxi libero; ogni Toyota bianca prospettata all’orizzonte accende la speranza dei due, sempre più assediati dall’acqua, per poi deluderla quando vista da vicino si rendono conto che è occupato. Luce osserva, elabora, e infine chiede:

“Papà, perché i taxi non cambiano colore quando sono occupati?”

“Lo fanno, quell’insegna che hanno sul tetto si accende quando la vettura è disponibile,” risponde ingenuamente didattico lui.

“No, dico tutto, che invece di essere bianchi diventano rossi quando sono occupati e verdi quando sono liberi!”

No, la tinta camaleonte ancora non è stata commercializzata, ma è davvero così impensabile? per un bambino, se qualcosa può essere immaginato può anche diventare realtà.

3. Sanno stabilire le regole del gioco

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Come docente, a volte chiedo ai miei studenti di organizzarsi in gruppi per svolgere un lavoro in aula. Sono ragazzi svegli, in gamba, abituati anche al lavoro di gruppo e alle mie richieste poco ortodosse. Eppure, invariabilmente, prima di decidersi a mobilitarsi, ad aggregarsi ad altri e a organizzare il lavoro, passano almeno 10 minuti.

Nel parco giochi, invece, l’organizzazione avviene in un attimo. Possono essere 5 o 15, ma subito emerge una direttiva, e in men che non si dica si trovano in pieno gioco. La struttura è flessibile, incorpora facilmente i nuovi arrivati. Le regole sono solo quelle essenziali, condivise perché necessarie. Non si accettano raccomandati, tutti devono rispettare le regole e contribuire al divertimento del gruppo.

* * *

Sono queste lezioni preziose, e senza paura di sbagliare mi sento di affermare che Brando R. e John Langford, separati da un intero oceano e da almeno 40 anni di esperienza, hanno sicuramente molte cose in comune: una grande immaginazione tesa alla concretezza, una forte resilienza alle avversità (che non chiameranno mai fallimento), e la capacità di scegliere le regole secondo cui giocare.

La luce negli occhi

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Vi è mai capitato di svegliarvi intorpiditi, palpebre pesanti, immersi nella nebbia mentre cercate di innescare la routine mattutina? un periodo in cui magari vi sentite un po’ giù di corda, demoralizzati, senza vitalità? Quando vorreste una bella botta di caffeina per endovena, anche se il caffé non vi piace? Se la risposta è “no”, o siete troppo giovani oppure alieni!

Ecco, era una mattina di quelle, in cui mi ripetevo come un mantra le tappe della giornata, cercando di non dimenticare gli esami corretti, il pranzo, la merenda per mio figlio, la testa… Avendo 5 minuti di scarto, verifico le email prima di uscire – ogni minuto conta. E in un attimo, tutto cambia, il tempo si ferma, resto a guardare quelle poche righe scritte da un mio ex-studente, inaspettate e meravigliose:

Gentile Professoressa,

So di non essere stato uno dei suoi studenti più brillanti. Spesso la timidezza e il mio inglese hanno rappresentato un freno a mano tirato. Ma ho sempre seguito con attenzione le sue lezioni e ho cercato di farne tesoro il più possibile. 

Il 23 inizierò a lavorare con Deloitte e ne sono molto felice, perchè finalmente nei colloqui di gruppo sono riuscito a spiccare e a farmi notare tra tutti quei laureati di ingegneria gestionale che erano lì con me.

La ringrazio nuovamente perchè mi sono riletto gli appunti delle sue lezioni e mi hanno aiutato oltremodo. E la ringrazio nuovamente per la passione che mette nel suo lavoro. Da uno studente non troppo sveglio ma grazie a lei più intraprendente. Grazie. (Marco V.)

Grazie, Marco! poche, semplici parole che mi hanno ricordato perché ho scelto questa strada. E mentre mi avviavo verso l’università, con passo leggero, a testa alta, isolata dal traffico, dal rumore e dal trambusto della città, riflettevo su tutti i maestri di vita che troviamo dentro e fuori le scuole. Un nonno che osserva i miracoli della natura assieme al nipote, un genitore che ripete gli stessi ammonimenti 50 volte al giorno, un maestro che pazientemente aiuta l’allievo affetto di dislessia, un professionista che torna in aula per condividere la propria esperienza, un ragazzo che fa lezioni di italiano agli immigrati, e tanti altri ancora.

Sì, parlo a te, che fai parte di quella schiera di eroi sconosciuti che accettano una, dieci, cento sconfitte perché sanno che ogni tanto, il ragazzo che sembra voler sprofondare in un tablet piuttosto che ascoltarti, potrebbe incrociare il tuo sguardo, stabilire un contatto: in quel momento si accende una luce nei suoi occhi, e tu sai che, grazie a te, quegli occhi d’ora in poi vedranno il mondo in un modo diverso.

Im-pren-di-to-ria-li-tà (s.f. inv.)

Ci sono parole che, come i monumenti famosi, ci sfidano a guardare oltre le apparenze e arrivare alla loro anima. Nascoste nel dizionario o in piena vista su giornali e libri di testo, ostentano un significato apparente ma, pudiche, celano il loro vero valore.

Prendiamo ad esempio la parola “imprenditorialità”, che la affidabilissima Treccani definisce in questo modo:

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Caos o processo creativo?

Imprenditorialità  Insieme dei requisiti necessari per svolgere la funzione dell’imprenditore (➔), consistenti essenzialmente nella volontà e nella capacità di promuovere e organizzare un’impresa economica, insieme con la disponibilità ad affrontarne i rischi (➔ rischio p). Questa attitudine si manifesta nella ricerca di soluzioni originali o creative nella sfida o confronto con le altre imprese, incluso lo sviluppo o il miglioramento di prodotti o servizi, l’uso di nuove tecnologie e di nuove tecniche amministrative. 

Definizione senza dubbio corretta, e anche più esauriente di tante altre. Le parole chiave ci sono tutte: imprenditore, impresa economica, rischio, soluzioni originali, prodotti e servizi. Tuttavia, chiunque abbia cercato di realizzare un’impresa, di qualsiasi natura, sa che l’imprenditorialità va ben oltre, che il profitto è solo uno e spesso non il primo fattore che motiva all’azione.

Per ogni Marco Polo che si accinge ad affrontare pericoli indicibili per arrivare in Cina, per ogni Colombo che scruta l’orizzonte nella speranza di scorgere la terra, per ogni Leonardo che crea macchine che non voleranno mai solo perché riesce ad immaginarle, per ogni Michelangelo che vuole sprigionare un Mosé dalla roccia, ci sono centinaia, migliaia di eroi ignoti che con la stessa passione cercano di mettere in moto i propri progetti. Sognando probabilmente ricchezze e onori, ma soprattutto spinti da una molla creativa che non accetta barriere, dal desiderio di dar vita a qualcosa di bello, di grande, di importante. E non è forse questa la stessa molla che porta il più vivace dei bambini a passare ore costruendo dighe di sabbia, disegnando macchine fantastiche, ideando avventure eroiche?

Questo è ciò che vedo quando leggo la parola imprenditorialità, e lo spirito che vorrei destare, o meglio mantenere vivo, quando insegno ai bambini a fare impresa… sempre per gioco, perché il gioco è creatività pura.